Il recente contributo che ho fornito per Il Sole 24 Ore mi da spunto per alcune considerazioni sull’attuale contesto di mercato e sulla eventuale opportunità di consolidare i guadagni fin qui ottenuti, alleggerendo l’esposizione azionaria.
Brevissima introduzione dell’attuale situazione dei mercati.
Le Borse sono ai massimi, spinte da utili solidi e da un’economia che, pur rallentando, continua a sorprendere in positivo. Parlare di bolla generalizzata è fuorviante: si osservano piuttosto micro-bolle in singoli settori o titoli, dove il rialzo è guidato più dalla narrativa che dai fondamentali. Le grandi società tecnologiche, invece, mostrano profitti e flussi di cassa in crescita, a sostegno delle valutazioni.
Ha senso mettere uno “stop” ai guadagni, uscendo prima di un eventuale e paventato crollo dei mercati?
Vendere per “mettere in sicurezza” i guadagni può sembrare una scelta prudente, ma la risposta dipende da tre variabili fondamentali: l’orizzonte temporale, il profilo di rischio e l’obiettivo dell’investimento.
Se il portafoglio è prevalentemente azionario e l’orizzonte residuo supera i cinque o sei anni, difficilmente ha senso cercare di anticipare un eventuale ribasso dei mercati. In queste situazioni, tentare di fare market timing, ossia di “indovinare” il momento giusto per uscire e poi rientrare, si traduce spesso in un costo in termini di performance. Numerosi studi mostrano che chi resta investito ottiene nel tempo risultati migliori rispetto a chi prova a prevedere le correzioni: bastano pochi giorni di rialzo persi per compromettere anni di rendimenti. Inoltre, una volta usciti, stabilire quando rientrare diventa psicologicamente complesso: la paura di tornare sul mercato dopo una discesa è spesso più forte della voglia di cogliere le nuove opportunità.
Se l’obiettivo dell’investimento è di lungo periodo, mantenere la rotta e accettare una fisiologica volatilità, che dovrà essere stata condivisa e compresa dall’investitore, può risultare più efficace di qualsiasi strategia basata sulle previsioni. La crescita degli utili e la capitalizzazione composta lavorano nel tempo a favore dell’investitore disciplinato, premiando chi privilegia la coerenza rispetto alla reattività emotiva.
Diverso è il caso di chi si trova in una fase avanzata del proprio percorso finanziario. Se, ad esempio, un portafoglio azionario costruito anni fa ha ormai un orizzonte residuo di due o tre anni, ridurre gradualmente la componente più volatile ha perfettamente senso. In questo modo si mettono al riparo le performance maturate da eventuali shock improvvisi, i cosiddetti “cigni neri” come pandemie, eventi geopolitici o shock finanziari, che potrebbero compromettere i risultati raggiunti senza più molto tempo a disposizione per un eventuale recupero.
Non deve quindi essere il mercato a dettare le decisioni, ma la pianificazione. Le scelte vanno sempre calibrate sugli obiettivi, sul rischio e sul tempo a disposizione per realizzarli. La vera protezione nasce dalla coerenza del metodo e dalla disciplina nel rispettarlo, non dal tentativo di prevedere i ribassi.
Quali “strategie tecniche” si possono adottare per evitare di beccarsi una perdita consistente come quella che si invoca per esempio in questi periodi?
Con le premesse della precedente risposta, quando si vuole cercare di contenere le perdite potenziali (drawdown) pur mantenendo un profilo azionario di lungo periodo, è consigliabile delegare questa attività a un gestore professionale, utilizzando strumenti o servizi flessibili come gestioni patrimoniali, fondi o certificati AMC.
La parola chiave è proprio flessibilità, ma va intesa nel senso reale del termine: deve essere effettivamente applicata nella gestione, non solo dichiarata nei documenti. Se, per esempio, un mandato prevede che l’esposizione azionaria possa variare tra il 50% e il 100%, lo storico della gestione deve mostrare che quei livelli sono stati effettivamente raggiunti, o almeno sfiorati, nei momenti opportuni. Diversamente, si corre il rischio di pagare una gestione “attiva” che, in realtà, si comporta in modo passivo, poco diverso da un ETF.
Oltre a verificare che la flessibilità sia stata realmente utilizzata, è fondamentale analizzare il track record del gestore: questo deve dimostrare non solo la capacità di generare performance nel tempo, ma anche di aver gestito bene le fasi di forte correzione dei mercati. un gestore che ha saputo limitare i drawdown nel passato offre una garanzia di approccio metodologico e di controllo del rischio, elementi essenziali per chi si attende un contesto molto volatile.
Per chi gestisce da sé i propri investimenti, invece, la strada più semplice per ridurre il rischio è diminuire l’esposizione azionaria, destinando una parte del capitale alla liquidità e stabilendo in anticipo alcuni livelli di mercato ai quali valutare un eventuale rientro.
Un’altra possibilità è diversificare verso strumenti meno correlati alle azioni, come le obbligazioni governative investment grade o l’oro, che in certi contesti tendono ad apprezzarsi quando i mercati azionari scendono. È però importante ricordare che la decorrelazione non è costante: in fasi di tensione globale, come all’inizio della guerra in Ucraina, anche i titoli di Stato hanno registrato perdite significative perché l’aumento dell’inflazione e dei tassi d’interesse ha colpito le obbligazioni a tasso fisso.
Un ulteriore approccio può essere quello di ribilanciare i portafogli, riducendo il peso dei settori che hanno corso di più negli ultimi mesi e aumentando quello dei settori difensivi o value, cioè di quelle aziende con valutazioni più contenute e modelli di business solidi, meno esposti alle oscillazioni dei mercati.
Con queste possibili attività ovviamente l’obiettivo non è di evitare completamente le correzioni, cosa impossibile, ma ridurre l’impatto delle fasi negative, mantenendo un portafoglio coerente con i propri obiettivi e con la propria tolleranza al rischio.
Pianificazione e Metodo.
Un elemento spesso sottovalutato, ma fondamentale, è l’importanza del metodo. La vera protezione del patrimonio nasce da una pianificazione coerente con gli obiettivi e dalla consapevolezza che il tempo è il principale alleato dell’investitore. Numerosi studi dimostrano che la performance complessiva dipende in larga parte, fino a oltre il 90%, dalla corretta definizione dell’asset allocation iniziale, più che dalle scelte tattiche di breve periodo.
I mercati azionari globali nel lungo periodo riflettono la crescita del benessere mondiale: parteciparvi in modo disciplinato significa beneficiare di questa crescita economica, accettando che le oscillazioni rappresentino il prezzo da pagare per ottenere rendimenti più elevati rispetto agli strumenti privi di rischio.
Un ruolo decisivo in questo percorso è svolto dal lavoro preventivo del consulente, che deve aiutare il cliente a comprendere sin dall’inizio la natura dei mercati finanziari, preparandolo a gestire con lucidità le fasi negative. Condividere il percorso significa anche condividere il “prezzo emotivo” da pagare per restare investiti: solo se l’investitore è consapevole che la volatilità e i drawdown sono parte integrante del viaggio, sarà in grado di mantenere la rotta nei momenti di incertezza.
Nei momenti di volatilità, infatti, è il metodo a fare la differenza: avere regole chiare e un piano condiviso consente di reagire in modo razionale e non emotivo, evitando di trasformare le oscillazioni di breve periodo in scelte impulsive e dannose. In definitiva, più che cercare di prevedere i ribassi, conta essere preparati a gestirli. È la disciplina, non la previsione, che tutela davvero il capitale nel lungo periodo.





