Il contributo che ho fornito la scorsa settimana per il quotidiano la Repubblica mi consente di ritornare su un tema particolarmente sentito dagli investitori.
Le recenti sedute di borsa hanno riportato l’attenzione sulla volatilità dei mercati finanziari. Le nuove tensioni commerciali e geopolitiche hanno contribuito ad aumentare l’incertezza, in un contesto che arriva dopo anni di rialzi e valutazioni elevate soprattutto in alcuni segmenti del mercato.
Ma quale portafoglio consente di attraversare le turbolenze senza compromettere gli obiettivi di lungo periodo?
A mio modo di vedere, il punto di partenza resta sempre un piano strategico di portafoglio. La strategia definisce la struttura degli investimenti ed è costruita partendo da obiettivi, orizzonte temporale e profilo di rischio. È questa architettura a fornire una bussola nelle fasi di mercato più complesse, evitando che le decisioni vengano prese sull’onda delle notizie o delle emozioni.
All’interno di questo impianto strategico si inserisce la gestione tattica. In pratica, significa stabilire in anticipo un intervallo minimo e massimo di esposizione azionaria, coerente con il proprio profilo. L’azionario resta una componente essenziale del portafoglio per la crescita di lungo periodo, ma la sua incidenza deve poter variare all’interno di una forchetta prestabilita. Nel contesto attuale, caratterizzato da maggiore incertezza, è opportuno posizionarsi nella parte bassa di questo intervallo, senza azzerare l’esposizione, ma riducendo il rischio complessivo.
Questo approccio ha anche un valore comportamentale rilevante. Definire prima le regole aiuta a non farsi travolgere dal panico quando i mercati scendono e, allo stesso tempo, a non farsi trascinare dall’euforia nelle fasi di forte rialzo. La disciplina diventa così un elemento strutturale del portafoglio e non una reazione, magari estemporanea, agli eventi.
È proprio qui che entra in gioco il tema della flessibilità: aumentare o ridurre l’esposizione ai mercati nei momenti opportuni è estremamente difficile e se lo è per gli investitori professionali, figuriamoci per il risparmiatore retail. I momenti migliori per investire, infatti, coincidono spesso con quelli di massimo pessimismo, quando le notizie sono negative e il clima è dominato dalla paura. In queste fasi, la tentazione di restare alla finestra o di vendere è forte, perché prevale un ragionamento di pancia più che di metodo.
Per l’investitore retail, prendere decisioni corrette e tempestive in autonomia comporta il rischio di entrare tardi e uscire nei momenti sbagliati, amplificando gli errori tipici della finanza comportamentale. Per questo motivo, la parte flessibile del portafoglio è opportuno affidarla a gestori professionali realmente flessibili, in grado di intervenire in modo attivo sull’esposizione, seguendo un processo strutturato e non emotivo.
La flessibilità deve essere concreta, non solo dichiarata. Significa che il gestore deve dimostrare, attraverso lo storico della gestione, di aver utilizzato realmente i margini di manovra previsti, aumentando o riducendo il rischio quando le condizioni di mercato lo richiedevano. In assenza di questa evidenza, il rischio è quello di trovarsi di fronte a strumenti che, pur definiti “attivi”, si comportano di fatto come soluzioni passive.
Riepilogando, un portafoglio in grado di reggere le fasi di turbolenza si fonda su tre pilastri:
- una strategia chiara,
- una gestione tattica disciplinata,
- una componente flessibile affidata a chi è in grado di utilizzarla davvero.
E’ impossibile prevedere i mercati, ma occorre essere sempre preparati a gestirli e sarà la disciplina, più che l’intuizione, a fare la differenza nel tempo.





